Acid Dad – Take It From The Dead

Sembra ormai appurato che dal covid si guarisce così come lo si può evitare se si usano comportamenti sociali corretti, ma non so quanti invece ricorrano alla potenza della musica per curare qualsiasi male ci sia fuori (covid escluso). Certo che in questi quasi due anni in cui non si è parlato d’altro, c’è da dire che la pandemia è comunque servita a molti di noi che hanno sfruttato i tanti momenti di clausura per ascoltare musica spingendo tra l’altro i musicisti, a comporre musica e ad incidere nuovi lavori. E così come è successo per tante band anche gli Acid Dad hanno saputo sfruttare tutto questo periodo a loro disposizione per realizzare e pubblicare il loro nuovo album dal titolo Take It From The Dead. E ciò giova di sicuro alla marea di ascolti che quotidianamente ci permettiamo, ascolti che, come in questo caso, saltano subito all’orecchio per il materiale interessante che ci piomba addosso dalle casse dello stereo casalingo. E così mentre gli australiani King Gizzard continuano nella produzione inarrestabile di dischi come fossero noccioline, ci sono poi altre fantastiche band, come i newyorkesi Acid Dad che nulla hanno da invidiare alla prolifica band australiana almeno in fatto di sound.

Ma prima di addentrarci nella breve analisi di questo Take It From The Dead c’è da dire che quello che ci colpisce sin dalla prima nota sono fondamentalmente due cose: la prima è la provenienza della band, la seconda è la musica: pure coincidenze? Ci riferiamo al fatto che la band in entrambe le cose ha in comune la stessa provenienza e l’aura psichedelica di un altro grande gruppo come lo furono i Velvet Underground. Infatti, il suono sporco di Searchin’ ci richiama proprio quelle ballate decadenti alla VU , suoni accomunati anche dalla batteria suonata proprio alla Maureen Tucker, un pezzo che è il sorgere di un sound che ritorna. Di certo è che l’album degli Acid Dad, pur nella sua decadenza, è tutto un susseguirsi di alternative rock, un lavoro che lascia comunque spazio a diverse influenze pur restando nelle strette misure musicali del rock’n’roll sporco come piace a noi. Ad esempio con BBQ, l’ingresso del pezzo con un basso da brivido cambia un po’ il senso delle cose, ma si ritorna subito in riga con un sound da sballo vero e proprio, uno sballo musicale che si perpetua quando giungiamo al terzo pezzo, RC Driver, tipicamente “surfiano” e nulla più, un pezzo che ricorda lontani ascolti alla Beach.

Con She Only Eat Organic invece ritorniamo ai mai tramontati Rolling Stones quando il sound di questi ultimi era contaminato dalla presenza di un certo Brian Jones, forse il più psichedelico di tutti, almeno nella creatività musicale, ma quelli erano altri tempi. E se anche Good Time sembra invece tendere al sound dì greatifuldidiana memoria, c’è solo da dire che questo è un disco per appassionati o ubriachi di psichedelia, un disco che fa semplicemente piacere ascoltare,

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