JULIS PROJECT – Cut The Tongue

Un progetto interessante che rispunta all’improvviso, un lavoro semplicemente da ascoltare tutto d’un fiato.

Ci sono voluti ben quarant’anni affinché questo disco venisse fuori ma non perché ci sia voluto tanto tempo a produrlo ma solo perché, a volte, le convinzioni di avere tra le mani un lavoro che vale davvero, tardano ad arrivare. Ma Giuseppe Chiriatti, in arte “Julius Project” finalmente ce l’ha fatta. E sicuramente avrà tutti i benefici possibili soprattutto quello di aver per un po’ abbandonato le sue scartoffie di avvocato riprendendosi un po’ di quella gioventù che, a volte, (ci) manca. Qui, come riportato nel booklet, si narra adi una storia non facile, quella di Boy, un ragazzo qualunque, come tanti, che vive un percorso di crescita interiore attraverso esperienze dolorose, ma che lo porteranno a maturare e ad accettare la propria solitudine come necessaria per ritrovare se stesso. Ma veniamo ad analizzare questo Cut The Toungue frutto di un amore incondizionato per la musica, prodotto concepito in un lungo tempo ed al quale poi si sono accostati in tanti perché, Cut The Toungue è un lavoro pregevole e, forse neppure Giuseppe Chiriatti lo ha ben capito. Bene, allora cerchiamo di spiegarglielo noi in breve. Partiamo quindi da quanto immediatamente colpisce ascoltando il disco vale a dire la linearità musicale da grande collettivo prog che è il vero sapore della produzione. Poi, partendo in una analisi dei singoli pezzi The Fog è quell’apertura che non ti aspetti, perché la sua perfezione ti proietta con immediatezza all’interno di quella storia che Julius si appresta a raccontarti. L’imponenza musicale, lo svettare di mellotron e di tutto il sinfonismo che circonda questo pezzo ammalia e prende chi ascolta, lo proietta in un viaggio che è appena iniziato, un cammino attraverso una storia dove far diradare la nebbia dalla mente non è semplice. Le voci poi fanno il loro doveroso lavoro ampliando quell’aspetto di teatralità che il prog ha per sua natura. E d’altronde il teatro rock non fu inventato proprio con il progressive? (e Peter Gabriel ed i Genesis ne furono artefici fondamentali). Il passaggio al successivo In The Room, dove la naturalezza degli incroci fra tastiere, chitarra, ed il turbinare della batteria, contribuiscono a scaldare l’atmosfera, porta già con questo secondo pezzo, Cut The Toungue, su territori che riassumono la bellezza della voce di……Bianca Berry. In The Room c’è l’avvio di questa storia dove il protagonista è imprigionato in una stanza dalla quale vuole fuggire per ritrovare la libertà, un pezzo che è un perfetto connubio di rock progressivo dove la musica ed il cantato sono quelli delle grandi band. Con You Need a Prophet, la cui voce è prestata da Dario Guidotti, scova nella nostra mente atmosfere del Re Lucertola mentre la musica continua a farla da padrone in intrecci di note alla grande, in una serie continua di pennellate che rendono questo concept un fantastico quadro. Pennellate che giungono anche con il successivo Mask & Money in cui la voce di Bianca Berry è il centro di quella gravità permanente (!) che travolge con la sua delicatezza, ed anche gradevolezza onirica, grazie alle note di una chitarra elettrica mai invadente ma sempre attenta a non strafare, compito questo che gli altri strumenti eseguono alla perfezione in questo meraviglioso pezzo dove la musica si fa poesia e la voce è la musica di una poesia tutta da recitare. Welcome To The Meat Grinder racconta quel conflitto interiore del protagonista che crescendo e diventando uomo a tutti i costi tenta di recitare la sua parte una parte che viene enfatizzata da un rock, anzi, da un progressive splendido alla maniera dei grandi classici. Speed Kings è invece il pezzo che spiazza un pò con la sua introduzione; infatti le sue battute iniziali danno il senso che la musica cambi, che l’arrembaggio di un rock “tosto”, come sembra dalle prime battute di plettro, sia il cambio d’umore anche del nostro personaggio ed invece, tutto ritorna sui binari di un progressive essenziale, misurato, unico. Clouds diviso in due parti, nella prima si insinua in un rock quasi space che richiama in musica il passaggio principale su cui tutto si sostiene, ed è qui che finalmente la chitarra e la voce si liberano un po’ nelle loro potenzialità espressive, comunque sempre sostenute dalle tastiere alle quali è affidato il compito di intrecciare la rete dei suoni. Ascoltare per credere E nella seconda parte di Clouds il sax rimanda ad atmosfere pinkfloydiane mentre la voce di Bianca Chiriatti diventa sempre più dolce. Un gran bel pezzo da far ingoiare fino all’ultima nota alle nostre cavità uditive. Poi, con Cut the Tongue la storia venuta dal passato, dalla mente annebbiata di un ragazzo, e dai consigli datigli dai cattivi profeti che lo portano a scelte fatali, si giunge alla centralità di questo stupefacente lavoro. Si, perché è proprio in questo pezzo che giunge un’ospite d’eccezione come Richard Sinclair capace di un’interpretazione come ai tempi in cui lo stesso Richard, insieme a nomi come Wyatt, Ayers e così via, faceva nascere quel Canterbury sound che tanto si sarebbe contraddistinto nei suoni, un po’ come accaduto per questo disco. La produzione viaggia ancora su ben altri nove brani che mantengono una struttura omogenea simile a quelli fin qui esaminati, fino a quando giungiamo ad Island, pezzo completamente strumentale, che è caratterizzato da delicati suoni quasi…profetici nella storia che qui si racconta. Poi, dopo la breve “We Know We Are Two che parla di amore giunge il secondo pezzo interamente strumentale, I See The Sea dove si percepisce appieno tutta quella musica che ha caratterizzato la produzione degli anni ’70 Ed è con See the Sea, secondo pezzo strumentale del disco, che lo sbarco negli anni ’70 avviene nella sua interezza. Poi, con il giungere di Glimmers sempre più ci appare concreta l’impressione che ci si trovi davanti ad un’opera rock, come quel teatro rock di cui parlavamo prima, opera che potrebbe essere tranquillamente rappresentata nei teatri. Purtroppo la pandemia per ora lo impedisce in parte, ma in futuro chissà. E così che mentre con Glimmers si continua a stringere un occhio al Genesis sound, Castawawy, nella sua brevità spalanca le porte al gran finale che porta alla bellissima Desert Way attraverso due passaggi prog come Wandering e Wood On The Sand E nel mentre finiscono qui le nostre riflessioni su questo interessante progetto proveniente ancora una volta dal Salento, ci auguriamo che quanto prima il nostro Jiulius Project non aspetti altri quarant’anni per deliziarci ancora.

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