Holebones – Loud

Parte la musica e parte la storia, un percorso nel tempo alla riscoperta di grandi classici del blues, quei pezzi insomma che hanno dato l’anima alla musica, anche questa in gran parte nera, ma della quale poi se ne sono appropriati gran parte di bianchi. Nati da un’idea di Heggy Vezzano, già in forze a Francesco Renga, Nilla Pizzi e Andy J Forest ed altri, e di Andrea Caggiari (Amanda e la Banda, Daniele Tenca, Amanda Tosoni & Andrea Caggiari Duet), gli Holebones si formano con la precisa volontà (per ora) di reinterpretare i classici del blues, poi l’ingresso in band di Leif Searcy alla batteria, musicista che ha già in curriculum lavori con la Consoli e Malika Ayane, porta la band ad un consolidamento tale da farli giungere direttamente sui palchi. E così, dopo aver deciso di esordire con una serie di cover di brani classici del blues, arriva Loud, disco prodotto per Bagana Records che crede fortemente nel progetto Holebones. Ed in questo progetto d’esordio si aggiunge anche la collaborazione di Andy J. Forest alle armoniche (registrate a New Orleans), artista che detiene una vasta serie di collaborazioni sia in Italia che all’estero. Si parte con quello che è un grande pezzo blues, Mojo Hand, brano che dà il titolo ad un album di Lightnin’ Hopkins pubblicato nel ‘62 e che ha dato grande impulso alle sonorità blues di altri grandi che son venuti dopo. Si prosegue con la bella interpretazione di un pezzo di Samuel L. Jackson, Just Like A Bird Without A Feather, che nella loro reinterpretazione assume una connotazione chiaramente più aperta ed ariosa rendendo la canzone ancora più piacevole e, comunque, senza travisarne troppo l’originalità. Si prosegue con un brano di Muddy Waters che sostanzialmente non si discosta dalla versione originale ma che assume nella versione degli Holebones un andamento molto più votato al funky ed è esplosione di suoni tutta da ascoltare, un pezzo che ci è piaciuto davvero in questo nuovo riariaggiamento. Il blues ormai sembra quasi si sia impadronito di noi, quasi un richiamo alla grande madre delle origini ma che ci ha condotto poi sulla via della perdizione: quella del rock. Ancora un grande salto nel passato grazie a Hard Time Killin’ Floor Blues di Skip James che qui viene reinterpretata in versione elettrificata ma che a differenza di quella appena vista e riascoltata nella versione originale, mantiene la sua forma anche se a livello dei tempi moderni che viviamo. In fondo il blues resta sempre quello, magari cambiano gli strumenti e gli arrangiamenti ma l’anima è sempre quella. Questo disco comincia davvero ad appassionare e non c’è niente di meglio che in questo inizio estate, peraltro già bollente, ci si possa bagnare nel blues. Quando giungiamo ad uno dei canti delle Pantere Nere, vale a dire Ain’t Gonna Let Nobdy Turn Me Around, la musica ci riporta ad una stupenda versione del brano di Sweet Honey In The Rock cantata da una Joan Baez in versione acustica accompagnata solo dal battito delle dita e nulla più, una versione così splendida che ancora adesso continuo a sentire mia come quella Blowin’ In The Wind del suo amico/amante Bob Dylan. Torniamo al disco però, questo disco che oltre a farci ricredere su tante cose che abbiamo ascoltato negli ultimi tempi, ci sta regalando bei momenti di musica. Poi l’arrivo di una ulteriore cover, ma stavolta di Steve Wonder e Gary Byrd che è poi l’unica traccia non proveniente dalla tradizione del blues, sembra darci l’impressione che il disco stia prendendo un’altra strada, ed invece Black Man si presenta con una veste più vicina alle ballate di rock, con sfumature “rhythm” che non dispiacciono ance se, qui, quello che non ci piace è il voler quasi imitare, con il secondo canto, la voce del grande Wonder. Peccato sarebbe forse riuscita meglio. Insomma non si può pretendere tutto poi da un esordio di cover poi, l’arrivo di una delle canzoni più significative del delta blues, Death Have Mercy, brano cantato da Vera W. Hall, grande interprete blues e gospel, con quella apertura di chitarra acustica rende davvero quanto questa band sia fantastica nelle reinterpretazioni di grandi classici del blues e, come potrebbero essere bravi se pensassero magari ad una produzione tutta loro di blues. Certo è che se gli Holebones hanno scelto questi grandi brani quali messaggi musicali da far giungere alla gente, beh allora dobbiamo dire che ce l’hanno fatta. In loro abbiamo riscontrato la grande capacità di reinterpretazione di grandi classici del blues, ma ci sarebbe piaciuto capire anche come riescono a muoversi nell’interpretazione di propri pezzi, avremmo avuto di sicuro un disco di maggiore effetto ed impatto. Non che Loud non sia stato gradito, e non dobbiamo certamente essere noi a dirlo perché c’è il pubblico, ma una band come gliHolebones hanno nelle mani “il sound”, e per far ancor più breccia dovrebbero produrre qualcosa di proprio. Siamo sicuri che le idee non manchino, li aspettiamo ed in attesa ci ascoltiamo questo, comunque bell’esordio con cover.

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