Manolis Aggelakis – The Stone We Had In Our Mouth

Quello che ho appena ascoltato per poter essere recensito sulle pagine di RockGarage è uno degli album più belli di questo “amaro” 2020 che speriamo vada via al più presto. I Labasheeda, provenienti da Amsterdam, dopo aver esordito nel lontano 2006 con Charity Box ed aver prodotto diversi lavori e diverse compilation negli anni, si presentano ora con questo stupefacente Status Seeking un album che spazia tra alternative rock, punk, indie, post-hardcore ma che a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, non disturba i timpani anzi, i suoni giungono limpidi, piacevoli all’ascolto grazie anche all’uso di una voce vellutata, a volte morbida, mai aggressiva, piacevole è forse dir poco. Caratteristica di questa band è sicuramente l’uso della chitarra in modo quasi defilato oltre all’uso di un violino che, nella distorsione, trova il suo connubio perfetto con gli altri strumenti. I brani contenuti in Status Seeking colpiscono tutti e sin dal primo ascolto, infatti, ad esempio, con Dark Dream che apre il disco, il modo di suonare basso e chitarra trascina indietro nel tempo a quegli anni settanta che hanno fatto un po’ la storia del rock. Anche Reunion nel suo morbido concepimento richiama alla mente atmosfere nirvaniane delicate divenute ormai così rare che sono rimaste indelebili nella mente e questo grazie anche al sapiente uso del violino e della voce di Saskia van der Giessen. Il resto del brano poi è un bel viaggio tra rock e ricadute di melodia. Questo modo di concepire la musica da parte dei Labasheeda lo troviamo in tutti i brani presenti in Status Seeking che viaggia tra orecchiabilità da una parte, fragilità ed ossessività dall’altra ed una sorta di incontro scontro tra sonorità che non stanno dentro specifici generi ma che sono quel rock effervescente che a volte manca. Leggendo qualche nota biografica in tanti hanno scritto che questa è una band da vedere dal vivo e di questo ne siamo ampiamente convinti ascoltando con attenzione questo Status Seeking e, per quanto possibile, diventa anche possibile immaginare che l’energia proveniente dal suono sia la stessa che questi ragazzi olandesi sprigionano sul palco. Se ad esempio ascoltiamo con attenzione Interruption sembra di muoversi in territori che ammiccano al post-rock anche se lo fanno quasi in maniera sorniona. Quando giunge Elusive Girl l’atmosfera diventa quasi rarefatta, di una piacevolezza sconfortante dove la voce Saskia è più un lamento alla Dolores O’Riordan, una voce che pur trafiggendoti ti tiene in vita perché vuol farti soffrire con la sua bellezza e delicatezza. Devo dire che stavolta il mio compito più che di interprete di un messaggio musicale sta diventando quasi quello di un fan e non deve essere così, quindi riprendiamoci ed andiamo avanti.Senza perdersi d’animo si viene subito accalappiati da un violino rock, violino che la fa da padrone in mezzo ad una musica sfavillante che fa davvero scintille rendendo False Flag un’altra perla di questo disco che si sta rivelando immenso. Ed in realtà è immenso fino alla fine, grazie ad un percorso dove il suono, fluido e limpido, percorre tutti e dodici i brani di questo inaspettato Status Seeking. E poi, chi mi conosce sa bene quanto sia ristretto nell’assegnare un voto ai dischi che recensisco ma, questa volta, non ci sono dubbi perché questo Status Seeking è in tutti i sensi un ottimo disco.

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