Come Back To Zero – Pull The Plug

La prima cosa che mi ha colpito di questo bell’album d’esordio è stata la copertina. Non è che le copertine ispirino sempre nell’immediato sensazioni e riflessioni di genere, ma questa volta già dall’artwork ho iniziato a volare oltre confine e vi spiego il perché. Quando il covid ancora non aveva fatto la sua comparsa sovente mi recavo a Londra per motivi che non sto qui a spiegarvi per non tediarvi. Nei miei giri nella capitale inglese, dove erano compresi sia affetti che tanti momenti di svago “rock”, sovente si capitava in locali in quel di Camden Town dove, spesso, sono i murales a colpire. Eh si perché sono proprio i murales tra i tanti negozietti di spille, spilloni, cianfrusaglie varie ed anche qualche cosa rara che a me è capitato di acquistare (non vi dico cosa però), che ci si muove. E più osservo questa bella copertina più mi ritorna in mente una immensa chitarra su uno sfondo di mattoni dipinto su una serie di pannelli che nascondevano un rifacimento di locale per concerti – giusto per restare in sintonia. Allora non mi perdo d’animo con i ricordi e decido di ascoltare subito questo disco. Come Back To Zero è già un nome per una band che la dice lunga su quello che siamo ora, ed infatti a chi non piacerebbe mettere indietro le lancette dell’orologio per tornare indietro al tempo in cui si poteva viaggiare, andare alle conferenze stampa di presentazione di dischi, concerti e così via? Torniamo al disco dal titolo di ripartenza, Pull The Plug, e guarda caso, il pezzo di apertura che è Penny, oltre a ricordarci la moneta corrente in Gran Bretagna ci riporta ad un’altra “Penny” famosa ma che da queste sonorità è lontana anni luce. Si perché la Penny di cui si parla qui ha sonorità diverse che si muovono più in acque new wave con il resto poi di un disco dove, oltre alla new wave, ci puoi trovare tranquillamente il post-punk e quel post-grunge che non guasta mai perché spesso sconfinante in un rock marchiato a fuoco. Di brani da segnalare ce ne sarebbero tanti in questo piacevole esordio che ho ascoltato alcune volte prima di mettermi al lavoro, ma per questioni di spazio ci piace segnalare Strangers In Love che vellutata e soffice com’è, ci richiama alla mente alcuni momenti dei The Cure, altri momenti invece dei Muse ma loro sono i Come Back To Zero ed hanno le idee abbastanza chiare per come si presentano. La successiva Brigther mi sa tanto di Franz Ferdinand ma se questi ultimi si son fatti ormai un nome spero tanto che questi ragazzi salernitani possano aspirare ad un bel futuro perché se lo meritano davvero. Infatti basta giungere a Strangers In Love per accorgersi come il sound che questi ragazzi salernitani propongono faccia accapponare la pelle, mentre The Right Time invece ti porta a viaggiare oltre quella Camden che qui ci sembra onnipresente. Bellissima poi la quasi “post” We Just Have To Talk About It che si trasforma in un punk rock leggero, quasi sinfonico, e mai sopra le righe. Tutto qui è una fusion perfetta tra generi degli anni ottanta che si contemplano l’un l’altro, si fondono e si contaminano per ripartire insieme e ritornare allo zero. Ma noi non vogliamo ancora tornarci e così, giunti a The Right Time pezzo finale che sa tanto di The Cure, rimettiamoci di nuovo all’ascolto perché i salernitani ci sono davvero piaciuti anche in quel messaggio di libertà e di speranza che ci conduce a salvare questo nostro mondo che ci vuole isolati.

 

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