Chiacchierando di Abbey Road con Ernesto Assante e Gino Castaldo

assante e cataldo

Abbey Road è il dodicesimo album nella discografia dei Beatles ed è del 1969. Ha una struttura unica rispetto a tutti i lavori fin lì prodotti dal gruppo di Liverpool e per questo basti pensare al lato B che è costituito quasi interamente da un lunghissimo medley in cui ballate e brani rock and roll si susseguono senza soluzione di continuità, con temi ripresi e variazioni, fino a un imponente crescendo finale. Una formula che anticipa le suite che caratterizzeranno gran parte della produzione rock degli anni settanta. Ernesto Assante e Gno Castaldo portano in giro la loro lezioni. Li abbiamo incontrati di fronte a piatti succulenti e…. ne è nata questa chiacchierata.

Sono sempre in giro per “la musica”. Le loro sono lezioni alle quali è difficile mancare e se manchi son fatti tuoi (non ti chiederanno di sicuro la giustifica). Di certo, quando si parla di Ernesto Assante e Gino Castaldo, si può dire di entrare in una “scuola diversa”, una scuola dove la musica è tutto. Li abbiamo incontrati in un tipico locale del Salento a gustare quello che è il “nostro buon desinare”, e forse un po’ ci dobbiamo scusare con loro per aver rotto l’idillio con il santo cibo. Ma si sa che quando si parla di musica, quando poi oggetto di argomento sono i Beatles, anche loro son capaci di rinunciare alla “lentezza di un pasto” tipicamente salentino. Non c’è da dire molto su questi due professori perché di loro si sa già tutto. Enciclopedici di sicuro …. e come fai a non diventare un bravo studente quando hai professori così?

Raffaele Astore Ultimo album in studio fatto dai Beatles ma che ha anche aperto una nuova ondata rock

Gino Castaldo  Abbey Road, così come il White album anticipano un po’ le cose che verranno dopo, certo non è possibile definirlo come l’album che precorre il progressive in quanto poi per progressive noi intendiamo una cosa diversa; di sicuro, quando hanno cominciato a fare i dischi decisamente progressive  un pensiero lì c’era, se non altro per l’apertura straordinaria anticipata dal quartetto. A me piace in particolare riferirmi a certi pezzi, a certe aperture specifiche di Abbey Road tipo Chuck Berry o Mel Tormè, loro, i Beatles, erano delle spugne che assorbivano tutto e riuscivano poi a moltiplicare anche l’esito di queste ispirazioni.

Ernesto Assante  Credo che sia il disco più completo della produzione beatlesiana perché per quanto fossero alla fine della loro avventura, litigassero, si parlassero poco e compagnia bella, erano coscienti di fare l’ultimo capitolo di una storia che era stata straordinariamente bella e importante, quindi in questo parte finale mettono tutto, appunto elementi di progressive e di futuro, elementi di r’n’r e di passato, il risultato di ciò è il long meddle del secondo lato che è un gioiello, è l’elemento di una fusione di due creatività, quella di Lennon e quella McCartney. Ci sono i due brani più belli della produzione di George Harrison, insomma, tutte le anime dei Beatles sono rappresentate in un’opera unitaria forse più unitaria di quella rappresentata dal doppio bianco, e certamente più coesa di quella di Let it be che, come sappiamo chiude, ma è un disco messo assieme forzatamente e non realmente prodotto da loro. Tutti hanno amato Abbey Road, mi è difficile trovare qualcuno che non consideri questo prodotto un album essenziale.

Raffaele Astore In questo disco ci sono tante situazioni che fanno da contorno: l’ipotetica morte di McCartney, l’allontanarsi sempre più di Lennon, le mistiche visioni di Harrison, ci sono tante sfaccettature in questo disco, Abbey Road raccoglie tutti questi elementi che non sono secondari soprattutto se pensiamo a quello che i Beatles hanno rappresentato dopo il loro scioglimento.

Gino Castaldo Vi è da dire che il disco è composto come un grande mosaico. Ad esempio c’è “Come Together” che sembra a tutti gli effetti un pezzo del Lennon solista, addirittura poteva starci bene nel suo primo album proprio da solista, ci sono le individualità molto estremizzate dei quattro scarafaggi che però, per una specie di miracolo dovuto al fatto che era nata una sorta di consapevolezza che quello sarebbe stato l’ultimo atto, erano divenute ormai fortissime e poco conciliabili fra di loro, nonostante ciò però i Beatles riescono in due tre mesi di lavoro a ritrovare la magia quasi delle origini come non accadeva da almeno un paio d’anni.

Ernesto Assante  Credo che quello che tu dici è sostanzialmente vero, nel senso che il disco li rappresenta nella fase finale della loro avventura nella maniera più completa ma anche in quella più sfaccettata. Le ragioni dello scioglimento dei  Beatles non sono una in realtà sono tantissime, e quindi non c’è mai un vero responsabile: è sicuramente colpa di Paul, è sicuramente colpa di John, è sicuramente colpa di George, è sicuramente colpa di Allen Klein il manager che arrivava a seguito della morte di Brian Epstein che tra l’altro era anche il manager dei Rolling Stones, è sicuramente colpa di Yoko come è sicuramente colpa della moglie di McCartney, era forse inevitabile, i Beatles in qualche modo erano decisamente arrivati alla fine, ed era inevitabile che Abbey Road diventasse il disco che unisse di nuovo tutte queste tensioni per qualcosa di estremamente positivo.

Raffaele Astore In questo disco ci sono dei suoni leggermente diversi dai soliti canoni. Ad esempio si scopre l’introduzione del moog, ma anche la realizzazione di sinfonie diverse da quelle a cui, fino a quel punto, i Beatles ci avevano abituati. Ecco dal punto di vista stilistico se i Beatles avessero continuato dove sarebbero giunti?

Gino Castaldo (sorride) Come sai con i “se” non si fa la storia. Come diceva Ernesto, in realtà probabilmente doveva finire così; i Beatles non potevano andare avanti, probabilmente quello che potevano dare insieme lo avevano già dato, quindi di certo non sarebbe successo altro. Però fino a quel momento continuava questo implacabile meccanismo di evoluzione, non erano mai uguali a se stessi, si quello che dici tu di Abbey Road è vero, ma in realtà ogni disco era qualcosa di diverso da quello che veniva prima, ed Abbey Road non fa eccezione. Il moog è curioso perché conferma la loro curiosità giocosa e la fame di capire le novità. Credo che il moog lo portò George e lo prestò volutamente a John per realizzare il suo pezzo, insomma, avevano ritrovato molta armonia in quei giorni in cui però decisero di mettere la parola “fine” all’avventura che li aveva visti protagonisti assoluti.

Ernesto Assante C’era una volontà di sperimentazione tra di loro molto ampia, però devi considerare che all’epoca, nello stesso anno, George produce un disco di pura musica elettronica; forse in quel momento quello che guardava di più alla musica di avanguardia era proprio lui, perché, come diceva Gino, ognuno mette in scena la propria individualità nella maniera migliore, però è il complesso della ricerca che è la cosa più bella. Il long meddle ti dice dove sarebbero potuti andare? Probabilmente si, ma probabilmente non sarebbero potuti andare altrove di dove sono andati, quindi, ognuno a creare la propria musica e ognuno a metter in luce, nei due anni successivi, il loro meglio perché tra George, John, Paul e Ringo nei due anni successivi tra il ’70 e il ’71 domineranno comunque le classifiche almeno individualmente.

Raffaele Astore Compositivamente parlando, all’interno dell’album troviamo per la prima volta l’introduzione di uno strumento tipicamente indiano quale è il sitar. George in una sua intervista ricorda di aver preso in mano lo strumento cercando di capire come lo si imbracciasse e di aver pensato “che suono strano”. Ecco, quel suono quanto ha potuto influire sui lavori (per Abbey Road sappiamo molto) di altri gruppi?

Gino Castaldo  Guarda secondo me erano tutte aperture che schiudevano porte di nuovi mondi. Io sono andato in India subito dopo per cui, al di là di ciò che accadeva con i Beatles, le influenze, le aperture erano molto globali il che voleva dire per chi suonava continuare ad esplorarli, per me ad esempio era quello di andarci fisicamente cioè un altro modo di scoprire “anche fisicamente” quelle finestre che loro avevano aperto. Del sitar mi ricordo bene (essendo più vecchio di te) quando per la prima volta scoprimmo questo suono; c’era l’evocazione di qualcosa di misterioso e sconosciuto che però noi volevamo andare a conoscere a tutti i costi.

Ernesto Assante  Molto semplicemente e rapidamente credo che non c’è disco creato dopo la musica dei Beatles che non debba qualcosa ai Beatles.

Raffaele Astore Ecco qualcosa che si debba ai Beatles. I lavori della cosìddetta psichedelìa si ispirano per certi versi a questo lavoro. La ricerca fatta da gruppi, ad esempio come i Pink Floyd, ma spingendomi oltre anche la ricerca nell’acid rock, per fare un nome Grateful Dead, risentono una forte influenza di questi ultimi suoni beatlesiani. I Beatles, possiamo dire con che questo disco hanno creato quel tappeto sonoro che aiuterà i gruppi successivi a sviluppare un determinato tipo di ricerca anche musicale. Ecco da quel momento ad oggi quanto questo discorso si è realmente sviluppato?

Gino Castaldo Non si è sviluppato. Questo è un disco avanzato per i nostri tempi. Oggi non si fanno più dischi così, siamo in piena restaurazione, certe strade sono rimaste bloccate per il momento, si è tornati indietro, magari chissà, anche raccontandole può darsi che qualcosina riparta.

Ernesto Assante  Mi pare che più di quello che abbia detto Gino basti e avanzi; tutti dicono qualcosa dei Beatles, ma è abbastanza chiaro che nessuno vuole pagarne il dazio, cioè fare la musica che i Beatles facevano, rischiare quanto loro, produrre dodici album in sette anni, cioè …. Questa è una favola che non si ripete.

Raffaele Astore Continuiamo su questo lavoro (Ernesto fa segno che è tardi e bisogna andare, oltre che finire di cenare), Lennon dice “ormai ero soltanto io con un gruppo di spalla e Paul con un gruppo di spalla.

Gino Castaldo  A parte Ringo era giusto quanto pensavano tutti gli altri componenti del gruppo. Ognuno di loro era della convinzione che gli altri tre fossero un gruppo a sé e di essere fuori loro, questo è tutto molto bizzarro; tutti pensavano di essere esclusi da qualcosa e questo era un altro segno che l’armonia si era persa. Però Abbey Road è il segno anche di quanto, in un momento devastante di crisi, di litigio magari, fosse forte la consapevolezza della capacità creativa dei Beatles.

Raffaele Astore Con Abbey Road ci sono anche delle aperture in rapporto anche a quello che stava accadendo in quel periodo, come ad esempio la guerra in Vietnam, altre situazioni di quel genere, ma ci sono anche dei riferimenti ad una setta religiosa i cui componenti poi man mano si erano suicidati. Ecco, anche da un punto di vista sociale questo album, Abbey Road, ha rappresentato molto per quel periodo. Ed oggi?

Ernesto Assante  I Beatles erano veramente figli del loro tempo. La musica è senza tempo e quindi tutt’ora valida, ma tutto quello che raccontavano era legato ad un periodo, gli anni ’60 che erano estremamente rivoluzionari, e cambiarono le coscienze della gente giorno per giorno cosa che oggi, come diceva anche Gino prima, non succede. Quindi direi che la capacità di incidere sul reale della musica non c’è più, la musica di quel tempo, quegli album che cambiavano la vita della gente oggi non accade più.

Adesso è proprio ora di andare via. E’ vero che ormai siamo dei buoni amici, visto che ogni volta che vengono in zona riesco a beccarli, ma devo dirvi con tutta sincerità che trovare gente come loro è diventata cosa rara. Quello che li contraddistingue? Essere semplici, gentili e soprattutto essere come noi. Ecco perché le loro “Lezioni di rock” avvicinano sempre più gente alla musica. Studiare così come te lo propongono loro …. è un immenso piacere. Ciao Gino, ciao Ernesto! Alla prossima.

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