LINGALAD, CONFINI ARMONICI (2015)

?????????????????????????????????????????????????????????Ai confini dell’armonia, una concettualità da romanzo e un viaggio nella natura che esprime suoni in grado di ispirareSinceramente non saprei proprio come definire il loro genere, di certo però le atmosfere sono quelle che richiamano alla mente l’iniziale progrock della Premiata, ma anche gli inizi dei palepolitani Osanna. Si, perché tra flauti magici (il pifferaio che mi ricorda Anderson) e scale armoniche (Pagani ne è stato un geniale intuitore per il progressive) questi Lingalad dimostrano di avere stoffa “musicale” e compositiva. Ed è proprio nel loro leader la mente di tutto: milanese, scrittore, sceneggiatore per il cinema nonché autore per la tv, Giuseppe Festa è il vero e proprio albero motore “intellettuale” di questa band.

La loro ultima produzione, “Confini armonici” si è fatta attendere ben cinque anni da “La locanda del vento” e devo dire che quando me ne hanno proposto la recensione ho pensato “chissà mai cosa ci troverò dentro?
Sinceramente mi aspettavo un’inondazione di suoni alla Charisma, ma così non è stato e… meno male perché a tutto ero preparato tranne a questa gradevole sorpresa. Pubblicato per la Lizard Records, il disco rende da subito un proprio aspetto ben delineato con la canzone acustica dove l’innesto del rock è condito da impulsi strumentali e melodici.

I Signori degli Anelli potrebbero essere questi Lingalad perché di Tolkien hanno tanto davvero, come i Jethro Tullhanno avuto dal pioniere dell’agricoltura, l’agronomo omonimo della loro ispirazione.
“Confini armonici” è un lavoro ispirato dai lavori di Festa tra i quali “Il passaggio dell’orso” del 2013 e “L’ombra del gattopardo” del 2014, una sorta di crocevia tra musica e narrativa, e la risposta la danno proprio i Lingalad nel titolo di questa produzione “i confini del mondo letterario e di quello musicale si muovono in modo armonico finendo di intersecarsi, creando un luogo, una terra di mezzo, in cui ha messo le radici la nostra musica”.
Comunque, dai tempi del loro esordi i Lingalad sono cambiati tanto ed anche le loro produzioni, come il video prodotto per il brano “Occhi d’ambra” li ha catapultati tra i finalisti del Festival Internazionale SeeYouSound 2015.
Il disco prodotto è comunque un incanto …. altro che boschi ….
Sinceramente i romanzi di Festa non li ho letti, ma la musica mi ha ispirato a leggerli, un’acquirente in più.
Ma veniamo al disco; le tracce strumentali sono di certo quelle che mi hanno coinvolto di più, “musica ecologica” in tempi di inquinamento come i nostri. Una sorta di manifesto del partito della natura, senza fronzoli, dritti al cuore, come non lo sono i partiti, quelli nostri almeno.

In Confini armonici l’acqua diventa terra e quest’ultima diventa acqua; è questo l’incipit di “Sogni d’oblio”, un brano che denota una ritmica vicina per contaminazione a certi suoni del sud pizzicato dai ragni. La compattezza musicale di tutto il brano ed un testo che “racconta” fanno sì che questo lavoro sia, sin dall’inizio, un progetto ben amalgamato e curato come certi personaggi del Signore degli Anelli.

Orante della morte è di certo preferibile nella versione strumentale, ma anche qui i confini armonici sanno ben amalgamarsi con un testo che ti porta ad immaginare l’Orante dell’iconografia cristiana, quella figura rappresentata con le braccia alzate al cielo, quasi ad invocare gli dei….o i demoni visto che l’Orante dei Lingalad è quello della morte. Comunque un brano intriso di un certo senso di panico (almeno per le sensazioni capace di creare).

Occhi d’ambra è una dimensione diversa stavolta, quasi mitica, vicina e lontana allo stesso tempo, eterna, un’interpretazione personale che fa di questo intero lavoro più che un disco, un vero e proprio concept, un po’ come accadeva per certi gruppi prog che ben conosciamo. I Genesis in questo sono stati precursori, ma se loro erano gli inventori di armonie ben più complesse, i Lingalad fanno della semplicità e dell’uditibilità di questo album un lavoro di effetto.

L’ombra del Gattopardo è ispirato proprio al romanzo scritto da Festa, ma se vi immaginate musica ad alto grado di velocità, appunto come la corsa di un gattopardo, rimarrete stupiti da una costante armonia che invaderà i vostri sogni ad occhi aperti; si perché qui flauti, chitarre, timpani, sono suonati allo stesso modo di certi lavori ed atmosfere che troviamo nella Premiata Forneria Marconi degli esordi.
La grande orsa inizia con un flauto di andersoniana memoria ma il brano cambia subito con l’atmosfera creata da questa band che di sicuro avrà dalla sua ulteriori lavori del genere, magari su partiture di orchestra …. almeno io me li immagino così.

Nella terra di Aku con l’inizio acustico e la poetica di un testo fiabesco, ti fa fare un salto in un mondo dove regnano i folletti. E’ qui che il Signore degli Anelli è più presente che mai, ma state certi che non stona. Vivere in questa terra di Aku è un po’ come sorvolare la foresta amazzonica su un grande ippogrifo, un richiamo alla mente di certi miti che fanno ormai parte della nostra “cultura scolastica” del passato. Il brano è una sorta di introduzione alla composizione successiva, Un solo destino, anche qui con un’apertura tra acustica e flauto… ah, dimenticavo: certe atmosfere le puoi ripercorrere anche in angoli dei vecchi Gentle Giant, ed è forse un gigante gentile che cala qui a raccogliere fiori da quei giardini dipinti da un lavoro che riascolterete a distanza di tempo, ne sono sicuro.

Se ti aspetti di vedere un bestione, meglio ancora se ti aspetti di sentire musica da animale selvaggio, Il passaggio dell’orso ti lascerà invece di stucco. Qui se pensi ad un’orso nella foresta vedi solo la sua innata libertà, nel suo luogo naturale. Se poi ci rifletti un po’, la musica ti proietta immagini di un certo film del 1988 di Jean Jacques Annaud. E comunque, un passaggio poetico in musica.
Con il brano Nel diario di Maria la poetica in rima scoppia tutta nella sua apoteosi. Il tempo che scorre piano (come dice il testo) scorre armonicamente tra la solita chitarra acustica, un flauto sempre più magico che ti trasporta in un mondo alla marzapane come nelle fiabe che tutti abbiamo ascoltato nella nostra infanzia.

Oltre il confine si ripete in certe armonie che richiamano alla mente anche uno dei gruppi tricolori del prog che più ci hanno rappresentato, le Orme. Un brano che nell’inciso poi ti fa risentire certi passaggi dei redivivi Osanna, ma qui non siamo a Napoli, qui oltre il confine c’è una terra di mezzo, quella che i Lingalad hanno saputo farci sognare con questo lavoro.
Il pianoforte di Orante della Morte, brano strumentale che chiude l’album, è intrecciato ad un flauto armonioso che descrive bene le atmosfere rarefatte di un viaggio verso l’ignoto. E la terra qui la senti, non ti copre, ma la senti perché lei sta morendo, anzi, perché la stiamo facendo morire. Ecco qui, forse, tutto il compimento di questo lavoro …. naturale sì ma in grado di trasmettere un messaggio di salvezza per la nostra terrà ormai allo stremo. Eccoli allora, i confini, armonici quanto vogliamo, ma di certo da salvaguardare. Che sia questo il messaggio dei Lingalad? E comunque sia, questi lombardi ci sanno fare con le atmosfere magiche. Buon per noi che esiste ancora qualcuno in grado di sognare e di farci sognare attraverso la musica.
Ora, a passeggio nei boschi…..

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